Le poesie » le tue lacrime madre espugnarono la mia sostanza
Venerdì 23 Ottobre 1998

 
 
 
 
 
23/10/98                           
                                            
Le tue lacrime, madre,
espugnarono la mia sostanza,
i tuoi perdoni erano luce,
tra le presunzioni della luce.
Il mio sole introverso scalava domande imbrogliate,
le ghiandole dell’intelligenza sudavano di colpa,
.
 
Il mio corpo naviga nella tua estensione.
Ho raggiunto il respiro del bimbo,
dopo i sussulti degli incanti.
Un piccolo cuore nella notte senza conti con l’uomo.
 
La notte ha formato pianure misericordiose nel mio corpo,
che non si riavvallano di dorsi nemmeno al risveglio.
E come un occidente transito nel trono leale del sentimento,
su di esso le nuvole del mattino esercitano il destino.
Riesco ad apparirmi.
Nel pianto concentrato dell’infanzia,
era già tutta la meraviglia che si scioglie perfettamente adesso,
come fosse una creazione.
Anche l’estasi trova la mano che la rassicura,
l’educazione immaginaria dell’anima.
 
Una cometa senza sosta medica i voli,
i pensieri che stentano si ritirano gentilmente,
Brillo dell’affetto che immaginavo negli altri,
delle sicurezze che non avevo il coraggio di impersonare,
quando mi sorpresi ad abitare in un fanciullo sconosciuto,
a salpare nei veleni negati soltanto dalla volontà.
Un angelo vasto sembra descrivere l’azzurro dei miei difetti,
infinito, toglie il marchio ai difetti più convinti.
Scivolo nei corridoi che mettono ai lati ogni vecchio centro,
il mio passo apre l’inchiesta sui punti d’arrivo scomparsi,
sugli oceani che ondeggiano nelle fedi trafitte,
sui barlumi sufficienti a collegare le stelle a mezzogiorno.
 
                Ai lati degli occhi si sgonfiano fragilità riconoscenti,
inesauribili fioriscono pazienze per le nebbie fiorite.
Esco illeso dalla lotta con qualsiasi pensiero,
ma chiedo sempre un sostituto degno del vecchio bacio.
Osservazioni leggermente disperate mi passano davanti,
Le sensazioni deliziose del passato tornano come abilità del presente.
Ho solo peccato in lungo e in largo.
 
Avrei preferito la sicurezza naturale che scavalca le riflessioni,
se non
la sicurezza aggressiva dei propri fascini elementari.
Mi costava troppo l’iniziativa di mantenere i rapporti,
avevo bisogno di sacche di deserti tutti miei,
di dialoghi estremi fatti col proprio inimitabile estremismo.
 
Avrei voluto vivere in pregiudizi dolci e vantaggiosi,
usarli per le sensualità rarefatte e le iniziative totali,
farmi morire addosso gli amori conquistati,
naufragare nella falsa fissità del sesso.
avere prefigurato solitudini inammissibili in gi
oventù,
 
In fondo il periodico avvenire del sapere,
attizza le nostalgie per la credulità infinita che lo precede.
Tutto il piacere del mondo s’inchina,
alla severità naturale dei momenti.
E’ una festa intristirsi nelle cupole comuni del sentimento,
finche ognuno può fare la propria vita,
e giudicare con la fortuna di tutti i passati.
 
Lugano bruno
 
 
 
 
 
 
 

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