Le poesie » A ciascuno la sua oscurit√†
Sabato 28 Marzo 1998

 
     28/3/98
Sono venuto con in mano una polpa supplicante
di vita ristretta nel mio nucleo temerario;
sono venuto pieno di linee da riempire,
con una premeditazione sconfitta e una semplicità varia.
Sono venuto cambiando prigione all’impulso,
sono venuto con i piccoli scandali dei miei bisogni,
e con spiazzi di azzurro ereditati dal vento.
 
A ciascuno la sua oscurità!
Ma voglio portarla con ventagli dorati,
con incedere spregiatore di infanzie,
con un lutto forsennato e intimidatore
Rifarmi delle timidezze arraffando arcobaleni,
rifarmi dei silenzi mangiando vocabolari aerei,
deridere le colpe devastando ogni virtù,
e farmi trovare lì, sempre uguale,
con una piccola malinconia,
che non pretende di allargarsi di incomprensioni.
Solo, contro tutti gli amori più semplici del mio,
contro tutti i comportamenti più felici dei miei,
contro le amarezze tenute al guinzaglio,
che si imbastardiscono di lacrime piacevoli,
e mi rimettono in sesto per sopportare ancora.
 
Mi pare di non essere mai uscito dalla cerchia di me stesso.
 Non mi sono infilato nel gesto bellamente,
 non ho sopportato di vedermi giovane e basta,
 di superare brutalmente ogni altra giovinezza.
 Ho brillato credendo di brillare per tutti,
 e anche così in qualche modo ho pianto;
 tra gli scarti del senso e il poco senso,
 tra la stanchezza del senso e lo scatto del senso,
 tra simpatie rese possibili tra la fortuna e l’inganno,
 tra tutti i sapori di umano che giravano attorno.
 
      Nei primi sogni maneggiavo infiniti e miracoli,
      seviziavo le aurore con i miei crepuscoli,
      masticavo albe per sconfiggere insonnie,
      curavo oscenità più profonde dell’innocenza.
      Da me fuggivano le conquiste.
      Le perdite si accampavano sui pallori con loro eserciti.
      I fiori rivelavano le mie intimità difettose.
      ho dovuto ingollare le primavere tutte intere!
 
 
Le ansie si appoggiavano alla fragilità delle luci,
creavano una famiglia nell’individuo perduto.
Nuove dignità volevano essere saldate continuamente.
Le pressioni cercavano lo sfiato elegante.
il primo calore dell’inverno morente.
destava la vitalità delle tristezze;
i ragazzi puzzavano ancor più di fanciullo,
si profumavano del giorno.
La serietà della sera non nascondeva segreti.
la signorilità delle freschezze faceva scuola alle sensualità,
Le profondità si accontentavano delle infermità della poesia,
le ambizioni erano sospese in attesa di consegnarsi,
 
 
 Non facevo caso alle arie limpide che mi amavano.
 Avessi saputo che ero amato dalla luce dei giorni,
 sarei stato un cherubino scatenato tra gli idilli.
 Più dei mari, le modeste pianure mi marchiarono di chiarezze.
 
                       Si! Avversario di ogni uomo!
E’ così che mi sono sempre riconosciuto,
annaspando in  malizie nervose,
incurante delle malignità sbuffanti nelle derisioni.
ribelle agli odi delle virilità casuali,
all’insopportabile lusso dei silenzi,
alle altezze di adolescente a picco sulle meditazioni.
Sognavo di possedere atteggiamenti perfetti,
dentro i quali immalinconire perfettamente,
con  astrattezze civettuole per plasmare l’aria,
per arraffare una parvenza di carnevali che mi colorasse,
e acidi di stelle che sciogliessero immaginazioni contratte.
Sono rimbalzato dalle vipere dei turbamenti
alle scimmie involute delle perversioni,
alle infiorescenze diaboliche delle masturbazioni.
 
Mi ripopolo alla svelta di fermenti umani;
raccolgo dalla sconfitta le virtù tradite
Mi basta un sorso di amarezza per riabilitarmi,
poi ripulito dai delitti dei sensi vogliosi e desolati,
nutrito dalla ripetizione delle sconfitte
alle quali mi abbandono cercando il delirio,
 voglio ritornare subito alla mente iniziale
cercando ancora sconfitte più profonde.
Voglio il pianto che mi è negato da protezioni miserabili,
dall’abilità deprimente dei compromessi e della menzogna,
dall’eccitazione sovrana e maestra dei miei nervi,
quasi amica ormai delle speranze del carattere,
 
Sono uno strumento notturno
fecondato dalle tristezze del giorno,
e da processioni di affetti presuntuosi
che tramontano prematuramente in seno,
da maternità soccorrevoli fino alla latitudini invisibili,
da tremori più candidi di ogni purificazione.
Il mio occhio si fa uccello per adorare alberi,
per accarezzare fronde e  profili del vento,
per catturare lontananze magnanime e silenziose.
 
Conosco quel poco di azzurro che sostituisce i fallimenti:
gli occhi non furono usati invano
malgrado la disperazione che li pungolava,
e i deliri insopprimibili a cui cedettero,
e ingressi vegetali su orizzonti vegetali,
e composizioni di corpi desiderati  disposti sul piano,
con luce di stagione che vi si immerge.
 
 
 Da un lampo di tutte le sconfitte sono ripartito:
 il candore risale dagli spermi avviliti,
 ritorna sacramento, sacramento nel nulla.
                        le esagerazioni si sgonfiano ma come dopo una  lunga corsa
dopo avermi attraversato senza umiliarmi irreparabilmente;
                       perché  nelle mie lacrime sono transitati splendori sinceri.
 
Ho staccato paradisi da tutti gli sbuffi della luci,
ho schiodato meschinità dalle fognature dei nervi,
ho ricopiato innamoramenti amicizie e amori,
ho svuotato le gelosie dai filamenti spasimanti,
ho preso moglie e ho fatto figli:
la diaspora di confusioni miste pretende sempre di più!
Non mi vengono istruzioni per planare nei destini.
Sono imparentato con i fulmini!
Posso ricomporre ogni tristezza  sempre meglio
sono andato su  e giù accoppiandomi con gli incanti dei giorni:
ne ho ricavato un industria di dolcezze illimitate,
incandescenze venerate che ritardano a disilludermi.
 
                       Sto diventando acqua che traspare frescamente!
Un lavaggio sconosciuto si avvera in solitudine,
con le acque venute da pulizie impensate
in cui si sciolgono interpretazioni esaltate.
Sprofondo nell’aria di ogni parte del giorno,
ne bevo il candore inevitabile e quasi vivo
sospeso tra ansia e panorami stellari,
dimenticato da tutte le credenze.
 
La grazia nel suo sviluppo diventa una salute di ferro!
 
Tutti gli occhi del passato si schierano a contemplare le intuizioni, 
si srotolano serietà esultanti che sfiniscono la terra,
nascono golfi dove si acquieta l’ultima ricerca rinascente
e i giorni gonfiano il sedimento nuovo di nostalgia cerebrale.
Sopporto la tempesta di beatitudini  accavallate 
nella serietà più umile nella dolcezza più casta,
che mette tutti i cieli euforici dell’ansia in una tasca;
la preghiera sorvola gli eserciti di destini che scendono dall’anima,
nascono miriadi di stagioni mai nate che migrano verso di me.
 
 Le ombre diventano luce solo correndo verso dio
 attraverso l’uomo
 
    Lugano bruno  
 
 
 

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